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Gay & Bisex

Oltre la staccionata


di adad
24.02.2026    |    4.723    |    8 9.7
"Quindi, meglio guardare, fantasticare con la mente e con la mano, ma starci alla larga..."
Fabrizio era disperato. Sua moglie era alle ultime settimane di gestazione e la ginecologa le aveva sconsigliato, vivamente sconsigliato, qualsivoglia tipo di rapporto sessuale con suo marito. Il quale marito, Fabrizio appunto, che con i suoi trent’anni e nel pieno vigore di una sessualità già di per sé esuberante, dopo una settimana aveva cominciato a dare i numeri e ad avere le allucinazioni.
Aveva tentato qualche approccio alla soglia posteriore del piacere, ma si era trovato di fronte ad un netto rifiuto della sua signora, che tutt’al più una notte, lo aveva contentato con una mezza sega. Una mezza sega, che lo aveva lasciato non solo deluso, ma anche umiliato, facendolo sentire un satiro insensibile e prevaricatore.
Ma non era colpa sua, se madre natura lo aveva fatto così, se gli aveva dato, oltre ad un cazzo consistente, quella voglia insaziabile di fottere, di ficcarlo nel buco fatto apposta e darci dentro fino a sentirsi esplodere la testa, oltre alle palle. Andare con una prostituta? No, il solo pensiero lo ripugnava: amava la sua Daniela e non aveva nessuna intenzione di tradirla. Ma intanto la sua condizione si faceva di giorno in giorno più critica e preoccupante. Diciamo pure, più drammatica.
Nella villetta accanto, abitava un giovane infermiere: lo aveva intravisto qualche volta incrociandosi, mentre entrambi entravano o uscivano di casa. Fabrizio non ne conosceva il nome, né gli interessava saperlo: dall’occhiata fugace che gli aveva lanciato, sembrava dimostrare sui venti, venticinque anni, moro, ricciolone, carino… ma questo è forse una mia considerazione, non di Fabrizio, che da fedele di Santa Etera, non era in grado di apprezzare, non ancora per lo meno, la calda e vibrante seduzione della bellezza maschile.
Una mattina, Fabrizio si trovava in giardino e mentre cercava di farsi passare le caldane, zappettando un angoletto in cui prosperavano delle piantine aromatiche, gli venne fatto di udire un certo trepestio, proveniente dal giardino accanto.
Sul momento non ci fece caso, ma dopo un po’ la curiosità lo spinse ad avvicinarsi all’alta staccionata di legno che separava i due giardini sul retro della casa. E mentre cercava una qualche fessura fra le tavole, si accorse di un foro giusto all’altezza dei suoi occhi, causato da un nodo del legno, che l’invecchiamento e le intemperie avevano fatto scivolar via, lasciando un buco di un centimetro o poco più.
Fabrizio ci accostò l’occhio e scorse il giovane vicino, che aveva steso un telo di spugna sul prato e, dandogli le spalle, cominciava a spogliarsi.
Lo spettacolo, per la verità, non lo interessava più di tanto, fosse stato almeno una bella figa! ma ancora una volta la curiosità lo spinse a rimanere, quando già stava per tirarsi indietro.
Il giovane, infatti, dandogli le spalle, si era sfilato i pantaloncini, tirate giù anche le mutande, e si era sdraiato nudo pancia a terra. Fabrizio non aveva mai visto un uomo del tutto nudo, e forse in condizioni normali la cosa lo avrebbe lasciato del tutto indifferente; ma adesso, con il sangue in subbuglio che aveva, la vista di
quel culo sodo, di quelle chiappe glabre e polpose gli diede un brivido, facendogli
incomprensibilmente rimescolare tutto il verminaio.
Si accostò ancora di più, quasi graffiandosi la faccia con le scheggette del vecchio legno, vagando con gli occhi sulle tonde montagnole che, nel momento in cui il giovane allargò un poco le gambe, si schiusero leggermente, dandogli l’impressione di intravvedere il buco del culo. Bastò questo a scatenargli dentro una tempesta di emozioni: dimentico che stava sbavando sul sedere di un uomo, Fabrizio si portò una mano all’inguine, dandosi una strizzata al pacco, all’interno del quale l’uccello non aveva certo aspettato le sue sollecitazioni per mettersi in allerta e drizzare la cresta. A riscuoterlo fu la voce della moglie.
“Fabrizio, dove sei?”
“Sono qui, tesoro, – rispose lui, facendo un salto indietro e accosciandosi per nascondere fra le gambe serrate il turgore del cazzo – sto sistemando…”
La presenza della donna lo riportò alla realtà, ma fu con un certo rammarico che la seguì in casa.
Qualche ora dopo, espletate quelle incombenze che Daniela, non riusciva a fare, Fabrizio tornò in giardino. Una strana frenesia lo agitava, gli dava un tremito dappertutto, una sensazione di nausea alla bocca dello stomaco. Senza neppure rendersene conto, si diresse di nuovo alla staccionata e accostò l’occhio al buco:
il giovane era ancora lì, steso sulla pancia, con il culo rivolto verso di lui… e la visuale perfetta sullo spacco vieppiù dischiuso. Per far sì, infatti, che il sole arrivasse a carezzargli anche le parti in genere nascoste, il giovane aveva ulteriormente allargato le gambe e si godeva con voluttà l’insolito pizzicore sull’epidermide delicata del perineo e delle palle.
Fabrizio si sentì avvampare, come travolto da una turbolenza, mentre inspiegabilmente il cazzo esplodeva e gli si svuotava, pulsando, nelle mutande.
Il giovane si afflosciò a terra, fissandosi allucinato la grande macchia di bagnato sul davanti dei pantaloncini, mentre ancora si sentiva scosso dagli ultimi fremiti del piacere.
Ma cosa diavolo gli stava succedendo? Aveva sborrato, mentre spiava il culo di un uomo? Questo pensiero lo sconvolse: si rialzò di scatto e corse in bagno, dove si cambiò, gettando con un senso di repulsione quegli indumenti sporchi direttamente nel cesto della lavatrice. Poi, dopo essersi ripulito e lavato per bene, andò in camera e si stese accanto alla moglie, quasi volesse farsi perdonare il vago senso di colpa che sentiva.

Ma chi era questo vicino che era riuscito a scuotere la ferrea eterosessualità di Fabrizio? Diciamo subito che si chiamava Dino, infermiere, come si è detto, bello dei suoi venticinque anni, ma anche di un fisico modellato e soprattutto di quel culo strepitoso, che tanto aveva turbato Fabrizio.
Nonostante la sua giovane età, Dino non era una mammoletta: aveva notato da tempo il suo vicino, incrociandolo talvolta per strada, magari in pantaloncini corti e maglietta, e ne aveva anche apprezzato l’intenso fascino virile. Ovviamente, ci aveva fantasticato sopra e niente gli avrebbe dato maggior piacere di un incontro ravvicinato di qualsivoglia tipo.
Ma non si faceva illusioni: sapeva che il vicino era sposato e vicino a diventare padre; e per quanto consapevole che gli sposati sono i più porcelloni, quando si concedono una trasgressione, era anche vero che possono essere imprevedibili e permalosi come non mai, se qualcosa gli suona male. Quindi, meglio guardare, fantasticare con la mente e con la mano, ma starci alla larga.
Per sua sfortuna, Dino ignorava l’esistenza del famigerato buco nella staccionata, quindi non poteva neanche togliersi la soddisfazione di spiarlo in determinati momenti.
Il pomeriggio successivo, appena Daniela andò a riposarsi, Fabrizio uscì in giardino e, approfittando del fatto che la giornata, pur calda, non era assolata, pensò bene di riprendere i suoi lavoretti con le erbe aromatiche. Si tolse la maglietta, si rimboccò i larghi pantaloncini fin sotto l’inguine e si accosciò, cominciando a zappettare.
Si era imposto di non avvicinarsi alla staccionata, ma questo non gli impediva di lanciare ogni tanto un’occhiata di sottecchi verso il noto pertugio, e allora per vincere la tentazione si metteva a lavorare con maggior vigore, canticchiando a fiori di labbra l’ultimo tormentone estivo.
Non possiamo dire se fu questo ad attirare l’attenzione di Dino, sta di fatto che il giovane, steso nudo al sole dall’altra parte della staccionata, lasciò perdere la rivista che stava sfogliando e si lasciò andare a qualche fantasia peccaminosa, di cui il bel vicino doveva essere il protagonista. Cioè, senza il “doveva”: di cui il bel vicino “era” il protagonista.
Se lo vide infatti disteso al fianco, nudo come lui, e l’immedesimazione fu talmente forte, da sembrargli quasi di sentirne l’odore ferino del corpo sudato, il caldo contatto della pelle, l’afrore del sesso...
Ebbe un fremito, Dino, e gemette mentre la mano immaginaria del vicino gli sfiorava le chiappe accaldate, gli si insinuava nello spacco del culo… Gemette ancora più forte, mentre, nel vortice della sua fantasia, prendeva lui stesso a carezzarsi con foga le natiche.
E fu proprio quel gemito prolungato ad attrarre l’attenzione di Fabrizio, già sul chi vive per conto suo: mollò immediatamente quello che stava facendo e corse ad appoggiare l’occhio al provvido buco.
Quello che vide lo lasciò di sasso, tanto che per un lungo momento rimase senza fiato: dall’altra parte della palizzata, il suo giovane vicino, in preda ormai ad un vero raptus erotico, smaniava rotolandosi sul telo steso a terra e lisciandosi le natiche con straziante voluttà.
Sappiamo bene come la sola vista di qualcuno che si abbandona al piacere è profondamente coinvolgente, ed è questo, del resto, che ha fatto in tutti i tempi la fortuna della pornografia, possiamo allora immaginare cosa producesse quello spettacolo in un animo già esacerbato.
Fabrizio si spiaccicò contro la staccionata, l’occhio incollato al foro, anelante, quasi voglioso di fondersi nel legno e passare dall’altra parte, mentre ogni sua inibizione crollava e con furia si tirava fuori il cazzo dai pantaloncini, prendendo a masturbarsi con accanimento.
Poi avvenne qualcosa che lo sconvolse del tutto. D’un tratto, infatti, Dino si tirò su e corse in casa, tornando poco dopo, con qualcosa stretto nella mano. Fabrizio non faticò a riconoscere un dildo, nel grosso arnese di silicone, roseo e del tutto simile al naturale, che il suo vicino, stesosi di nuovo a terra prese a leccare e a prendere in bocca, quasi stesse spompinando un cazzo vero.
Ed era infatti il cazzo di Fabrizio che, nella sua fantasia, Dino stava slurpando con tanta golosità. Nascosto dietro la provvidenziale staccionata, Fabrizio si sentì torcere le budella all’idea che fosse suo il cazzo su cui la bocca dell’altro stava lavorando con tanta accanita lussuria. E così era in effetti, come se i due fossero uniti da un’intensa comunicazione telepatica.
Tale era la concentrazione con cui fissava la scena, che Fabrizio si dimenticò perfino di masturbarsi, mentre contemplava la scena: se ne stava lì con l’uccello palpitante stretto nella mano, l’occhio incollato al foro nel legno e il respiro ansimante.
Poi, con un’ultima voluttuosa leccata, Dino prese il dildo, se lo fece scivolare nello spacco del culo e, trovata l’apertura, lo spinse dentro con un sospiro di beatitudine. Bagnato com’era di saliva, l’aggeggio gli penetrò nel retto con estrema facilità, agevolato anche dalla morbidezza del silicone di cui era fatto. In un momento, il dildo affondò tutto dentro fino alle palle, mentre Fabrizio lo osservava allocchito con l’organo sgocciolante stretto tuttora nella mano e le ginocchia che gli tremavano leggermente.
Dopo esserselo goduto per un lungo momento, Dino lo afferrò alla base e ne estrasse una buona metà, tornando poi a farselo scivolare dentro con un’espressione estasiata sul volto. Gemendo, quindi, e sospirando, il giovane andò avanti a fottersi, aumentando e rallentando il ritmo a seconda delle ondate di piacere che gliene derivavano, finché con l’altra mano si impugnò l’uccello ormai turgido e prese a masturbarsi, aumentando via via la velocità di scorrimento del dildo nel suo culo.
A quel punto, Fabrizio non resse più, con la testa in fiamme, si diede un paio di strattoni al cazzo e con uno sguaiolio sommesso inondò la staccionata con una scarica di sperma denso e colloso. Rimase un pezzo ansimante con il cazzo molle ancora in mano e la fronte premuta alla staccionata, poi, come svegliandosi da un incubo, si affrettò a ricomporsi: si rimise l’arnese ancora bagnato nelle mutande e si allontanò con furia da quel foro maledetto.
“Cosa cazzo mi ha preso?”, si chiese, mentre si sentiva montare i sensi di colpa.
“Sono un uomo normale, ho una moglie che amo, sto per avere un figlio… Devo essere impazzito… Eccitarmi a guardare un uomo che… No, no, no… Domani tapperò quel maledetto buco! Non gli permetterò più di farmi uno scherzo del genere.”
E con questa risoluzione, Fabrizio corse ad aprire la fontanella del giardino, e si sciacquò freneticamente la faccia con l’acqua gelida che ne sgorgava. Ritrovato un minimo di calma, tornò alla staccionata e lanciò uno sguardo attraverso il foro, ma dall’altra parte non c’era più nessuno, neanche l’asciugamano steso a terra.
Delusione e sollievo si mescolarono dentro di lui, mentre con un sospiro scivolava
a sedersi per terra, con la schiena poggiata ai grumi del suo sperma che ancora colavano lungo il ruvido legno.

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